L’analgesia ha radici antichissime. Nel 3000 a C in Mesopotamia si cercava di alleviare il dolore comprimendo le carotidi causando un parziale strangolamento allo scopo di indurre uno stato di incoscienza da ipossia. Gli Egizi erano soliti utilizzare la cosiddetta pietra di Menfi per diminuire la sensibilità. Nell’antica Roma Plinio il Vecchio esaltava le proprietà sedative della mandragora. Con il passare del tempo furono sperimentate diverse sostanze per ridurre la sofferenza dei pazienti come alcol, hashish, oppio, impacchi di ghiaccio. Paracelso nella prima metà del’500 mescolò alcol ed acido solforico, ottenendo un rudimentale l’etere che, avendo indotto il sonno profondo in alcuni polli che lo avevano assunto accidentalmente, lo spinse a consigliarlo nel trattamento di malattie dolorose. Anche in Ostetricia sin dai tempi remoti si è cercato di lenire i dolori del travaglio e del parto con l’hashish o intrugli vari a base di mandragola, cicuta, canapa e papavero. Residui di hashish sono state trovati nell’intestino di una ragazza deceduta di parto circa 1700 anni fa in una tomba recentemente rinvenuta a Bet Shemesh, nei pressi di Gerusalemme. Nel 1796 Joseph Priestley e Humphry Davy scoprirono le proprietà anestetiche del protossido di azoto mentre nei primi anni dell’800 Michael Faraday rilevò quelle dell’etere. Nel 1842 il giovane medico Crawford Long impiegò l’etere per asportare due piccoli tumori ad un paziente e per amputare successivamente due dita ad un altro. Il primo intervento di successo in anestesia generale fu effettuato a Boston il 16 ottobre del 1846, quando William Morton usò l’etere per asportare un tumore al collo ad Albert Abbott. La notizia giunse in Europa e dopo alcuni mesi l’etere venne utilizzato per la prima volta a Londra presso l’University College Hospital per l’amputare un arto. Nel 1847 sir James Y Simpson e Walter Channing pubblicarono il loro studio sull’utilizzo dell’etere in travaglio di parto. Nello stesso anno al St Bartholomiew Hospital di Londra, Skey e Tracey eseguirono un taglio cesareo in anestesia eterea estraendo una bambina in ottime condizioni. In Italia la prima applicazione dell’etere come anestetico avvenne il 2 febbraio 1847 all’ospedale Maggiore di Milano. Sebbene la pratica dell’etere si fosse diffusa in tutta Europa e in America, restavano delle riserve circa il suo impiego soprattutto fra gli ostetrici. Simpson iniziò a pensare ad un altro anestetico che desse maggiore sicurezza e la scelta cadde sul cloroformio, scoperto nel 1831, per il suo odore meno sgradevole e la sua non infiammabilità. Nel novembre del 1847 Simpson lo adoperò per la prima volta nel corso di un intervento chirurgico su di un bambino di 5 anni e in seguito lo introdusse in ostetricia. Egli iniziò ad usare inizialmente l’etere per il parto e successivamente il cloroformio. Ma anche verso il cloroformio sorse una certa riluttanza all’utilizzo nelle partorienti soprattutto da parte del clero anglicano che riteneva che la sofferenza da parto dovesse considerarsi ineluttabile. Finchè il 7 aprile del 1853 John Snow somministrò il cloroformio alla regina Vittoria d’Inghilterra durante la nascita del principe Leopoldo e quattro anni dopo con la stessa modalità fece venire alla luce anche la principessa Beatrice. La regina Vittoria aveva sentito parlare dei successi clinici e degli studi di Snow ed essendo in procinto di mettere alla luce il suo ottavo figlio e stanca dei dolori, aveva espresso il vivo desiderio di essere sottoposta ad una parto-analgesia con cloroformio. Finalmente l’esempio reale mise fine ad ogni perplessità e critica facendo dilagare l’interesse scientifico verso l’analgesia in sala parto, tant’è che fu coniata l’espressione “parto della regina” per indicare il parto indolore. Tuttavia questo metodo fu messo in discussione poiché, comportando la perdita di coscienza della partoriente, privava la stessa del piacere dell’immediato contatto con il neonato. Inoltre la regina Vittoria inizialmente attribuì erroneamente al cloroformio la causa scatenante delle emorragie di Leopoldo che in realtà era affetto da emofilia. Nel tempo ha assunto sempre più importanza l’idea che il parto dovesse essere vissuto dalle partorienti nella partecipazione totale sia fisica che psichica con l’attenuazione della componente algica unitamente alla percezione della contrazione con una collaborazione attiva alle varie fasi del travaglio e della nascita. Fu introdotto così il concetto del’anestesia spinale epidurale. Nel 1885 J Leonardo Corning realizzò la prima anestesia epidurale. Nei primi anni del’900 Guedel introdusse l’autoanalgesia con protossido di azoto. Nel 1909 Soeckel utilizzò l’analgesia loco-regionale in campo ostetrico ma fu Eugen Aburel nel 1931 a codificare l’analgesia epidurale continua in travaglio di parto. In Italia nello stesso anno Achille Mario Dogliotti ideò la tecnica della perdita di resistenza per il reperimento dello spazio peridurale. Nel 1932 in Unione Sovietica sorsero gli “Hipnotaria” che pensarono di utilizzare l’ipnosi per la preparazione al parto. È solo intorno agli anni’50 che nasce la moderna analgesia in ostetricia grazie agli studi di Bonica e di Friedman circa le vie del dolore e le modificazioni fisiopatologiche del parto. Raffaella Mormile Dirigente Medico di I livello – UOC di Pediatria e Neonatologia – P.O. San G. Moscati - Aversa
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