Oggi sembra naturale considerare il latte materno l'alimento perfetto per il neonato, ma non sempre è stato così. Sembra esistere una stretta correlazione tra l'allattamento al seno materno e la posizione della figura femminile nella società; si comprende quindi come i cambiamenti subiti dal mondo femminile nel corso dei secoli abbiano influenzato l’atteggiamento con cui veniva guardato l'allattamento al seno. Attingendo alle fonti che riguardano le classi nobile e borghese e in parte quella artigiana, cioè quelle che hanno più lasciato traccia di sé nella storia, riusciremo a focalizzare meglio questo legame. Analizzando i documenti del periodo, salta subito agli occhi che nel Medioevo la donna era prima moglie e poi madre: il suo ruolo di madre era limitato al fatto di generare il maggior numero possibile di buoni eredi, a causa dell'elevato tasso di mortalità infantile di allora. La sottomissione della donna al ruolo di vera e propria “macchina” per far figli, era conseguenza sia della mentalità maschilista dell'epoca (comunque dominante fino alla metà del secolo appena trascorso), sia delle difficili condizioni di vita, specie dal punto di vista igienico-sanitario. La gestazione, conclusa con il parto e la purificazione, costituiva la condizione abituale di una donna in età fertile nove mesi su 18, in quanto l'intervallo fra una e l'altra nascita oscillava in media fra i 18 e i 21 mesi: le fanciulle contraevano matrimonio in giovane età e dopo il primo bambino gravidanze e nascite si susseguivano a ritmo serrato. Nel Medioevo il latte materno veniva guardato spesso con diffidenza perché considerato sangue mestruale sbiancato, e quindi impuro. Questa credenza si basava sugli studi di Galeno, che ipotizzava l'esistenza di una vena collegante l'utero con la mammella, nel cui lungo decorso il sangue veniva trasformato in latte. In tal modo si cercava di spiegare il collegamento fra scomparsa del ciclo mestruale, gravidanza e comparsa del latte dopo la nascita, in epoche in cui i meccanismi ormonali erano completamente sconosciuti. Il baliatico era estremamente diffuso, specie nelle classi benestanti, per la necessità di concepire il maggior numero di figli. Infatti la Chiesa considerava peccato mortale il riprendere la vita sessuale durante l'allattamento, sostenendo che il concepimento di un altro figlio avrebbe messo a repentaglio la vita del fratello maggiore, privandolo del latte della madre. Il neonato veniva quindi affidato ad una balia subito dopo la nascita. Era lo stesso padre a scegliere la balia, trattando non direttamente con lei, ma con il padre o il marito della donna prescelta: ancora una volta la figura femminile veniva relegata in secondo piano e privata di alcuna possibilità decisionale. Spesso i neonati venivano allontanati dalla casa paterna, inviandoli in campagna, dove si riteneva che l'ambiente fosse più salubre. Ma in realtà, come i diari fiorentini dimostrano, nella classe mercantile circa un quarto dei neonati dati a balia moriva presso la nutrice. La mortalità infantile era comunque altissima in quanto il 45% dei figli messi al mondo in queste famiglie facoltose non raggiungeva i venti anni, e per di più l'allontanamento del neonato da casa non favoriva certo l'attaccamento fra madre e figlio. In contrasto, negli ambienti artigiani, e in genere nelle attività commerciali di minor prestigio, il bilancio familiare non consentiva l'assunzione di una balia, per cui le madri allattavano i propri figli e si creava così un precoce legame, più intenso che nelle famiglie aristocratiche. Nelle botteghe della Genova medievale la madre diventava così la prima educatrice, ma anche questo legame veniva guardato con sospetto, per timore che la madre potesse rovinare il carattere dei figli, viziandoli eccessivamente. Nel 600 il baliatico è ancora molto diffuso e la situazione familiare cambia ben poco: la donna continua ad essere prima moglie e poi madre. Tuttavia la figura femminile comincia ad essere più importante all’interno della famiglia: molte donne prendono l’iniziativa di scegliere la balia, e non allontanano più da sé i propri figli, ma vivono la loro maternità con grande intensità e coinvolgimento. Ma è solo un piccolo passo avanti dal momento che continuano a non allattare i propri figli per compiacere i mariti. Nei ceti più poveri, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, le madri allattavano i propri figli, anche se numerose erano quelle costrette ad abbandonarli per le precarie condizioni di vita. Questa azione disperata significava moltiplicare il rischio di una morte precoce. I neonati abbandonati venivano accolti nei brefotrofi, e il loro aumento equivaleva ad un aumento della richiesta delle balie da parte di questi istituti. A volte, l'abbandono era un tentativo, da parte della famiglia, di monetizzare il latte della madre, in quanto era ella stessa a presentarsi il giorno successivo per offrire a pagamento il proprio latte. I bambini, sia nel Medio Evo sia nei secoli immediatamente successivi, erano alimentati al seno più a lungo di quanto accade oggi: lo svezzamento iniziava intorno al primo anno di vita, ma difficilmente veniva completato prima dei tre anni. Nel 700 il baliatico non è più appannaggio solo delle famiglie aristocratiche, ma anche di quelle borghesi e delle professioni. Contemporaneamente alla maggiore diffusione del baliatico gli illuministi iniziano a condannare questa usanza. Il veneto Costantini , forse con un po' di esagerazione, polemizzando contro il secolo scrive"....la moda ha già deciso. Che vergogna!..... bisogna conservarsi per non venire a noia del marito. L'allattare smagra, fa tristo colore o floscio ciò che deve essere consistente..... l'allattare è un impegno da villana e non da donna civile". Il conte milanese Pietro Verri, progressista convinto, scrive nei suoi appunti rivolti alla figlia Teresa ancora in fasce, un vero e proprio inno all’allattamento materno. Da più parti viene sottolineato che l'allattamento è una funzione naturale ed etica quando viene svolta dalla madre, mentre la stessa funzione, lasciata alla balia, assume connotati negativi, dal momento che spesso le balie allattano più di un bambino e lo fanno per mestiere. Nella seconda metà del 700 (1762) Jean Jacques Rousseau, diffonde tali idee tramite le pagine del suo" Emilio" , criticando duramente le donne che affidavano i propri figli alle balie; a sua volta anche la balia, poiché accetta di nutrire il figlio di un'altra al posto del suo, è "una cattiva madre". E’ singolare notare come, ancora una volta, siano gli uomini a dettare le regole di una funzione esclusivamente ed intrinsecamente femminile, escludendo le donne da qualsiasi decisione in merito. Il diffondersi dell’allattamento al seno è direttamente proporzionale al calo della mortalità infantile, fenomeno che infatti si verificò nei ceti aristocratici. In controtendenza, invece, i ceti medio-bassi cominciarono a rivolgersi alle balie, i primi perché consideravano il baliatico come un vero e proprio “status symbol”, i secondi perché il lavoro sempre più gravoso delle donne e le insalubri condizioni del posto di lavoro, non permettevano alle stesse di allattare i propri figli. Nel pedagogico 800 fioccano gli insegnamenti per diventare una buona madre. Cattive madri ora sono quelle che non ascoltano la natura, disprezzano il dono del latte che affluisce alle loro mammelle e mettono così a repentaglio la propria salute e quella dei propri figli. Viene così alla ribalta il ruolo della donna come madre, che deve prendersi cura, all’interno della propria casa, del bambino piccolo, preparandolo al successivo intervento paterno. All’inizio del secolo la maternità era ancora scissa in più ruoli (procreazione, allevamento educazione) ed in più luoghi (casa dei genitori, casa della balia e/o stanza della governante, collegi); alla fine dell’800 la madre casalinga e specializzata diventerà una regola per la classe borghese ed un’aspirazione per i ceti più bassi. Nell'800 si inizia, inoltre, a studiare la composizione del latte materno e le differenze tra questo e i vari tipi di latte animale, allo scopo di creare un latte artificiale adatto alle esigenze del neonato. La necessità di questa ricerca deriva dall'aumento del numero dei neonati abbandonati nei brefotrofi; il numero delle balie disponibili non era sufficiente ed il passaggio all'alimentazione con latte animale fu talmente disastroso, per vari motivi, da essere paragonato ad una vera ecatombe. Sono quindi da ricordare come date fondamentali: il 1845, anno in cui venne brevettata la prima tettarella in caucciù; il 1866, quando si incominciò la pastorizzazione del latte vaccino ed ancora il 1867, anno in cui fu lanciata sul mercato la prima farina lattea. Con l’ingresso sempre più diffuso delle donne nel mondo del lavoro, nel corso del secolo appena concluso, nacque una nuova consapevolezza del ruolo e dei diritti femminili. Il massiccio inserimento nelle fabbriche e negli uffici, d’altra parte, è stato uno dei fattori che hanno portato ad un nuovo declino dell’allattamento al seno, insieme al convincimento che i nuovi alimenti per l’infanzia potessero egregiamente sostituire il latte materno. In effetti, nel corso della seconda metà del ‘900, l’allattamento al seno ha subito sorti alterne, legate da una parte allo sviluppo economico e tecnologico e dall’altra alla moda del momento. Quaranta anni fa la cosa più moderna che una madre potesse fare era adottare un allattamento artificiale, seguito da uno svezzamento precoce, anzi precocissimo. Il pediatra, inseritosi trionfalmente nella diade “madre-figlio”, governava modalità e tempi di allattamento. Oggi i pediatri sono invece irremovibili sull’allattamento al seno e praticamente non esistono giustificazioni perché un neonato non assuma il latte della propria madre per il tempo più lungo possibile. Da questo breve excursus, possiamo dedurre che le donne hanno sempre fatto, nel corso dei secoli, quello che è stato loro detto di fare come la cosa migliore per i loro figli di volta in volta dai mariti, dai filosofi, dalle istituzioni religiose o dai medici. A chi scrive sembra che, ancora oggi, le madri considerino l’allattamento al seno importante da un punto di vista “sanitario” (difesa dalle infezioni, maggiore digeribilità del latte umano, ecc.) e, così facendo, non siano ancora completamente consapevoli che allattare al seno è meglio perché naturale e perché rafforza le competenze di colei che, essendo stata in grado di concepire, portare avanti una gravidanza e partorire, è anche in grado di compiere l’ultimo atto del ciclo riproduttivo, cioè di allattare. Troppo spesso l’allattamento diventa fonte di ansia per la madre che, dimessa precocemente dopo il parto, si ritrova in genere sola e priva di esperienza a gestire il proprio bambino. L’impegno dei pediatri per il Terzo millennio dovrebbe essere quello di favorire al massimo l’allattamento al seno, restituendo a questa pratica tutta la naturalezza di cui è stata troppo a lungo privata, ma soprattutto lasciando ogni madre pienamente libera di decidere finalmente in autonomia quale sia l’alimentazione migliore per il proprio figlio. Kiriakì Tsotra, Marcella Testa Terapia Intensiva Neonatale, Puericultura e Nido, Università degli Studi di Cagliari
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