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Incinta

Nell’antica Roma cinture e nodi erano elementi particolarmente ricchi di significato.

Durante la cerimonia del matrimonio, la sposa indossava una cintura legata con il nodus herculaneus (un nodo a quattro giri molto difficile da sciogliere e carico di significati simbolici e religiosi, osservabile  anche nei serpenti del caduceo di Mercurio) e il marito la slegava con un rituale non semplice e solenne, con un chiaro riferimento a buoni auspici di fertilità e procreazione.

Il grembo femminile, infatti, era visto come un otre che il maschio aveva il potere di legare (per chiuderlo e serbarlo casto) o di slegare (per immettervi il proprio seme). Non può stupire la similitudine tra i vocaboli uter (otre) ed uterus (utero).

Durante la gravidanza la donna era definita incincta, termine che permane ancora oggi in Italia (incinta), in Francia (enceinte) o in Spagna (encinta) e che significa “non cinta: la donna gravida infatti indossava abiti ampi e senza cintura perché si riteneva che il ventre non dovesse essere premuto o sottoposto a costrizione. Tuttavia, indossare cinture era una modalità ritenuta utile per la prevenzione del parto pretermine. Tale credenza si è mantenuta anche nella tradizione cristiana ad dei “cordoni benedetti di San Francesco o di Sant’Agostino”.

Al momento del parto occorreva che la donna non indossasse alcun laccio, nastro, stringa o cordone che fosse legato: i capelli dovevano essere sciolti, i calzari dovevano essere slegati. Per proprietà transitiva anche il marito doveva togliersi la cintura per favorire il parto, come testimoniano alcuni autori quali Plinio e Sesto Placido Papiriense.

Cornelia, madre dei Gracchi, che aveva dato alla luce dodici figli (sei maschi e sei femmine) ed era ritenuta un esempio per le madri romane, era rappresentata con i calzari slacciati in una statua collocata in origine nel portico di Metello e, all’epoca di Plinio il Vecchio, negli edifici di Ottavia.

Tutte le raffigurazioni delle donne decedute al momento del parto (una situazione purtroppo non infrequente nell’antichità) presentano la donna con capelli sciolti, vesti senza nodi e calzari slacciati, caratteristiche che permettono di definire in modo inequivocabile una puerpera nell’antica Roma.    

Il rapporto tra il parto e i legami o i nodi è strettamente connesso al cordone ombelicale e deriva dall’idea che il nascituro fosse avvolto da membrane che doveva rompere per nascere, ovvero doveva “sciogliere i vincoli”. Non a caso la dea che assisteva al parto era chiamata Ilitia, nome che significa “dea dell’avvolgimento” e che potrebbe derivare da eilèo (avvolgere, legare, da cui anche il termine chirurgico ileo = ostruzione); spesso la dea è definita amnias, cioè “quella della membrana amniotica”. Talvolta la dea poteva essere invocata al plurale: le Ilitie, dee del parto, che potevano favorirlo, ma anche ostacolarlo e che probabilmente rappresentavano una sublimazione delle levatrici.

Il culto di Ilitia (o delle Ilitie) esisteva già ai tempi di Omero e nell’Iliade questa divinità viene nominata più volte: “Come quando donna in travaglio colpisce il dardo acuto lancinante, che scagliano le Ilitie, strazio del parto, figlie d’Era, dee delle doglie amare…”.

Al momento della nascita, poi, iniziavano ad esistere altri fili e legami: le Parche iniziavano a filare e a tessere i fili della vita del neonato.

  Marinella Corridori, Vassilios Fanos°

 

°Terapia Intensiva Neonatale, Puericultura e Nido Università degli Studi di Cagliari




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