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La Sindone

 

La Sacra Sindone rappresenta a tutt’oggi una sfida, sia per il mondo religioso che per quello scientifico. E non è un caso che la recente ostensione o esposizione pubblica della Sindone, iniziata il 10 aprile e conclusasi il 23 maggio di quest’anno, abbia richiamato a Torino migliaia e migliaia di persone, credenti e non.

L’immaginario dei bambini è certamente affascinato sia dalle prove sempre più inconfutabili che possa essere appartenuta a  Gesù, sia dalle complesse indagini che hanno consentito di delinearne la storia e che sono andate di pari passo con il progresso scientifico. I genitori non devono trovarsi impreparati alle  domande che la mente vivace e desiderosa di sapere di un bambino può porre loro.  Pertanto essi devono diventare competenti al riguardo per dissipare dubbi o perplessità tipiche dell’età. E tale è il fine di questo “viaggio” nel mondo della Sindone, la cui conoscenza non solo permette ai bambini di imparare la Scienza, ma soprattutto di incamminarsi nel significato profondo della vita in ogni suo aspetto.

La parola Sindone deriva dal greco σινδών, che significa lenzuolo. Il termine è diventato sinonimo del telo nel quale Giuseppe d’Arimatea avvolse Gesù dopo la crocifissione prima di deporlo nel sepolcro in relazione a quanto riportato da tutti e quattro gli evangelisti. E tale tradizione si è radicata nel corso dei secoli in merito a prove testimoniali circa la sua esistenza e provenienza.

Nel  544 nella città di Edessa  in Turchia, veniva riportata la presenza di  un ritratto di Gesù, “ non fatto da mano umana”  impresso nella tela che alcuni studiosi ritengono che sia stata la Sindone ripiegata in otto parti in modo da far apparire solo il volto.

Intorno al 944 l’immagine da Edessa fu trasferita a Costantinopoli  e mostrata nella sua interezza ispirando l’iconografia bizantina. Qui rimase sino al 1204, come testimoniato dal cavaliere francese Robert de Clari nel corso della IV crociata.  

Nel 1205 fonti storiche collocano la Sindone ad Atene, che intanto era stata conquistata proprio dai  francesi.

Intorno al 1353, il cavaliere francese Geoffroy de Charny  fece costruire una Chiesa a Lirey in Francia  per custodire e mostrare ai fedeli il sacro telo.

Nel 1453 Marguerite, ultima discendente della famiglia Charny, cedette la Sindone al duca di Savoia Ludovico I, che la depose con il nome di “Sudarium” nella chiesa di Sainte-Chapelle, fatta costruire a Chambery, allora capitale del loro ducato. In tale chiesa, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre del 1532, scoppiò un violento incendio che causò alla Sindone danni ancora oggi visibili. L’11 giugno del 1562 il duca di Savoia Emanuele Filiberto trasferì la capitale del ducato da Chambery a Torino e il 14 settembre del 1578 fece altrettanto con la Sindone, che fu inizialmente posta nell’attuale Chiesa di San Lorenzo, dove l’11 ottobre dello stesso anno San Carlo Borromeo celebrò una Santa Messa come voto per lo scampato flagello della peste del 1576 alla presenza di Torquato Tasso.

Nel 1657 il duca Carlo Emanuele II diede inizio alla costruzione di una Cappella per la Sindone tra la Cattedrale e il Palazzo Reale, per la cui realizzazione fu prima chiamato l’ingegnere Bernardino Quadri e successivamente il frate architetto Guarino Guarini, che morì prima che la sua opera venisse terminata. Il 1 giugno del 1694 la Sindone fu riposta in tale cappella, che fu detta guariniana in onore dell’ideatore.

Alla morte dell’ex re d’Italia Umberto di Savoia, avvenuta il 18 marzo del 1983,  la Sacra Sindone fu data in eredità alla Santa Sede nella persona del regnante pontificio Giovanni Paolo II. Dal  2000 la Sindone ha trovato sistemazione in una cappella del Duomo torinese in una teca di altissima tecnologia.  

Il sacro telo è  fatto di lino tessuto a spina di pesce, battuto con un telaio primitivo. È lungo 4.420 metri e largo 1 metro e 35 centimetri. Sulla Sindone si scorge l’immagine tenue di un corpo umano maschile, di fronte e di schiena, perché il lenzuolo, sul quale fu deposto supino, gli fu ripiegato sopra e verosimilmente rincalzato ai piedi. I segni impressi sul telo sono indicativi di un uomo che morì per crocifissione con una croce di spine sul capo e sottoposto alla  flagellazione con una serie di 120 frustate.  L’effigie riproduce  modalità di supplizio sovrapponibili a quelle patite da Gesù dal Getsemani al Golgota in modo così conforme alla testimonianza dei Vangeli  da far escludere ogni possibile coincidenza. La configurazione è fatta di impronte corporee e dalle cosiddette macchie ematiche di gruppo AB, come accertato dal prof. Pierluigi Baima Bollone nel 1978. La formazione dell’immagine sindonica è ancora oggi un mistero. L’impronta sembrerebbe essere stata impressa da un cadavere senza segni di putrefazione, quindi per un tempo tale da consentire solo di fissare in modo indelebile l’immagine avvalorando così la Resurrezione. L’uomo della Sindone fu selvaggiamente percosso nelle ore antecedenti la morte. Il supplizio venne arrecato a schiena curva e sul corpo nudo in quanto le ferite sono distribuite sull’intera superficie corporea.  Le caratteristiche delle colature a livello delle ferite hanno consentito di distinguere le lesioni dei vasi arteriosi da quelli venosi. Il volto presenta ematomi a destra e ferite sulle arcate orbitali con la frattura del setto nasale e segni di numerose colature di sangue sulla fronte, sui capelli e sulla nuca a conferma dell’imposizione sul capo di una corona di aculei acuminati. Sul dorso e sulla parte posteriore degli arti inferiori sono visibili i segni della flagellazione. All’altezza delle spalle si rilevano due enormi escoriazioni dovute verosimilmente allo sfregamento violento di una trave ruvida e pesante come il patibulum o braccio orizzontale della croce, sul quale venivano fissate le braccia del condannato e che successivamente veniva sollevato sullo stipes, o braccio verticale della croce.  La trafittura delle mano sinistra non si trova a livello del palmo ma nel polso, nello spazio di Destot, come affermato da Barbet, rappresentando quest’ultimo l’unico sito idoneo per infiggere un chiodo in modo tale da fissare saldamente gli arti superiori alla croce. Ciò condiziona anche la configurazione della mano solo con quattro dita, come conseguenza della flessione brusca del pollice a seguito della trafittura del polso per lesione del nervo mediano. Invece del polso destro non c’è certezza, non essendo visibile. Su entrambe le ginocchia si evidenziano escoriazioni da probabili cadute. La pianta del piede destro è visibile per intero, mentre quella sinistra solo nella parte vicina al tallone, facendo dedurre che la crocifissione sia stata realizzata con un solo chiodo sovrapponendo il piede sinistro al destro. A livello della parte destra del torace è impressa una ferita di forma ovale, cagionata dal colpo di una lama inferto in profondità verosimilmente sino al cuore tra  la quinta e la sesta costola. La disamina di questa lesione è indicativa di una ferita provocata dopo il decesso, che generalmente nei condannati a morte per crocifissione avveniva per asfissia meccanica, disidratazione e collasso ortostatico. I caratteri della colatura dalla ferita denotano l’avvenuta separazione della parte cellulare dalla componente sierosa del sangue. L’ipotesi più probabile è che  si sia verificato un emotorace. In modo similare Giovanni scrive nel Vangelo parlando degli ultimi istanti di Gesù:” ..uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia”..”dalla ferita uscì sangue e acqua”Gv 19,34).  

L’immagine della Sindone è rimasta stabile nei secoli restando inalterata all’acqua e ad ogni insulto, sia dal punto di vista del calore che della chimica. Per lungo tempo si pensava che fosse un falso medievale o addirittura l’autoritratto di Leonardo da Vinci, ipotesi confutate da studi sempre più accurati. Gli approfondimenti scientifici sulla Sindone e sul mistero dell’uomo sindonico ebbero inizio il 25 maggio 1898 in corso di un’ostensione, quando un bravo avvocato, con l’inclinazione della fotografia, ebbe il prestigioso incarico di scattare la prima fotografia della Sindone. Gli apparecchi fotografici del tempo fissavano l’immagine su una lastra  che doveva essere sviluppata in un liquido chimico. L’immagine diventava un negativo, ossia appariva all’incontrario, riproducendo così in modo analitico le caratteristiche della doppia impronta corporea. Quando Pia sviluppò le fotografie si accorse che la figura sulla lastra era molto più chiara di quella che si rilevava direttamente sulla Sindone. E così venne fuori per la prima volta il ritratto di un uomo con la barba e con lunghi capelli. Tale esperienza fu rivissuta circa 33 anni dopo dal fotografo professionista Giuseppe Enrie.

Il primo studioso della Sindone è stato il medico francese Pierre Barbet. 

La palinologia, scienza che studia pollini e spore, ha permesso di individuare la provenienza geografica della sindone. Il biologo Max Frei Sulzer di Zurigo nel 1973 rilevò sul telo  microscopici granuli di polline appartenenti a specie vegetali che esistono elusivamente in Medio Oriente e non in Europa . L’acacia albida è diffusa nella valle del Giordano così come la Gundelia e l’Hyoscyamus aureus mentre l’Onosma orientalis prospera a Gerusalemme; egli inoltre estrasse dalla Sindone tracce di aloe e di mirra, sostanze usate in Palestina per la sepoltura dei cadaveri.

Negli anni ’70 due fisici dell’aviazione americana John P. Jackson e Eric J. Jumper riuscirono a ricavare un’informazione tridimensionale del volto e del corpo sindonico confutando definitivamente l’ipotesi che il telo potesse essere l’opera di un pittura e/o di fotografia in relazione alla tridimensionalità legata all’intensità dell’immagine con la distanza fra tela e corpo.  Con un analizzatore di immagine ottennero una forma tridimensionale del corpo proporzionata senza distorsione. Applicando lo stesso procedimento a un dipinto o a una normale fotografia si hanno immagini deformate, a conferma che la Sindone deve essere stata a contatto con un vero corpo umano. Qualche anno dopo il prof. Giovanni Tamburelli riuscì ad estrarre immagini tridimensionali ancora più precise.

In segito alla elaborazione tridimensionale, sono stati osservati due oggetti  tondeggianti sulle palpebre. Nel 1979 il professore Padre Francio L. Filas di Chicago scoprì sull’occhio destro della Sindone l’orma di una monetina compatibile con il lituus dell’antico impero romano, che successivamente il sindonologo Mario Moroni, esperto in numismatica identificò nel dilepton lituus  coniato sotto Ponzio Pilato tra il 29 e il 32 d.C.  Nel 1996 i professori Pierluigi Baima Bollone e Nicola Balossino identificarono un’altra moneta sull’arcata sopraccigliare sinistra, il lepton simpulum, anche questa coniata da Ponzio Pilato intorno al 29 d. C.  

La datazione del tessuto sindonico con il C14 è ancora oggetto di studio in relazione alla mancanza di un adeguato fattore di correzione per le molteplici ed inevitabili contaminazioni nel corso degli anni. Sebbene la Scienza ne abbia svelato tanti particolari, la Sindone rappresenta ancora oggi un mistero, laddove per sempre sarà certezza il colloquio di umanità e di amore senza tempo instaurato dall’Uomo della Sindone con ogni creatura del mondo.

 

Raffaella Mormile

Dirigente medico I livello – UOC Pediatria e Neonatologia – P.O. San G.Moscati – Aversa




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