Depressione post-partum e l’infanticidio rappresentano un problema complesso nella sua peculiarità e tragicità. Negli ultimi anni si sta assistendo a un notevole incremento dei casi e sebbene possa essere differente il contesto socio-ambientale di ognuno, il copione del perché una madre arrivi ad ammazzare la propria creatura, sembra essere lo stesso. Il comune denominatore è quello di un doloroso disagio interiore che da tempo le madri palesavano all’esterno, ma che purtroppo non è stato raccolto tempestivamente e appropriatamente. Questo mal di vivere affiora immancabilmente attraverso l’inutile senno del poi di chi ne condivideva la quotidianità e che, a tragedia oramai avvenuta, tradisce i propri sensi di colpa attraverso fiumi di parole circa gli atteggiamenti sospetti della rea di turno, quali una strana stanchezza, crisi di pianto inconsulto, ansia immotivata, inappetenza, disturbi del sonno, preoccupazione eccessiva o al contrario una insolita trascuratezza nei riguardi della propria creatura, facendo emergere in tal modo il triste vissuto di solitudine, di abbandono, di precarietà sia economica che affettiva di queste sventurate. Talvolta si scopre persino che esse avevano già sofferto di episodi depressivi ancora prima della gravidanza. Al di là della condanna da parte della legge dell’evento delittuoso in sé per sé, è umanamente difficile accettare che un neonato riceva dalla madre il gelido abbraccio della morte anziché protezione e amore come normalmente accade. Tuttavia non c’è reato oltre a questo in cui la colpevole di turno sia anche una vittima allo stesso tempo. E ciò perché l’infanticidio rappresenta una colpa che pesantemente si riversa non solo sull’esecutrice materiale del reato, ma su tutto il contesto familiare di appartenenza che ha sottovalutato la situazione. Depressione post-partum e infanticidio sono la faccia della stessa medaglia, il cui nome è “malattia psichiatrica”. Il problema è che i disturbi mentali fanno paura e spesso, invece di prendere in carico adeguatamente il malato psichiatrico, si mistifica il problema trascurandolo o ritenendolo tale da risolversi spontaneamente. La famiglia ha la responsabilità di affidare a chi di competenza il congiunto malato, essendo quest’ultimo, nella gran parte dei casi, persino incapace di capire di stare male e di aver bisogno di aiuto. Tutte le madri che si sono macchiate di infanticidio erano in preda a crisi depressive che, probabilmente, non sono state curate in modo opportuno. Vari sono i fattori che possono condizionare l’insorgenza e il perpetuarsi dello stato psicopatologico nel delicato momento della nascita di un figlio. La gravidanza rappresenta un momento di grandi cambiamenti per la donna. Anche sul cervello si hanno notevoli ripercussioni ad opera della tempesta di neuro-ormoni provenienti sia dal prodotto del concepimento che dalla placenta e finalizzati alla realizzazione mentale e fisica del delicato ruolo di mamma. Si assiste progressivamente ad un notevole aumento del progesterone che, in azione sinergica con gli altrettanto livelli elevati di estrogeni e di cortisolo, sembra giocare anche un ruolo ansiolitico sulla futura madre. A nascita avvenuta sembrano completare la costituzione dell’habitus materno l’ossitocina, la prolattina e la dopamina. Tuttavia non tutte le donne riescono ad adattarsi subito alla nuova mansione manifestando alcune, un disagio psicologico tale da sfociare in episodi depressivi di varia gravità dopo il parto. Certamente la vulnerabilità individuale associata ad una anamnesi familiare positiva al riguardo, unitamente a difficoltà abitative ed economiche ne favoriscono l’insorgenza. Inoltre la particolare attenzione che la madre rivolge al neonato nei primi giorni di vita e che lo psicoanalista inglese Donald Winnicott definiva “ preoccupazione materna primaria” può in alcuni casi causare l’allontanamento del padre, con crisi anche a livello di coppia. Tutta la progressione della gravidanza è caratterizzata da un certo stato di ansia, nella gran parte dei casi senza sequele. Quando tale stato persiste anche dopo la nascita del bambino, bisogna valutarne attentamente l’andamento. La depressione post-partum in senso lato presenta una tipologia di diversa pericolosità. Il Maternity blues o Baby blues non è un vero e proprio disturbo dell’umore. Il termine “blues” fa riferimento allo stato di malinconia tipico dell’immediato post-partum. Esso sembra causato dal drastico calo di estrogeni e progesterone che si verifica qualche giorno dopo la nascita del piccolo. E’ caratterizzato da cefalea, ansia, astenia con difficoltà di concentrazione e sbalzi d’umore. Si verifica nella gran parte delle neomamme. Tende generalmente ad autolimitarsi e a scomparire nel giro di qualche settimana senza particolare rischio sociale, anche se in rari casi può sfociare precocemente in uno stato psicotico. Nonostante la quasi assoluta benignità del fenomeno, è importante comunque fornire alla puerpera sostegno psicologico e, laddove necessario, anche farmaci ansiolitici. La depressione vera e propria presenta forme mutevoli per durata, frequenza e intensità. Nella forma minore si rilevano generalmente disturbi del sonno e dell’alimentazione, manifestazioni fobico-ossessive, irritabilità e/o aggressività. Caratteristica è la sensazione di inadeguatezza circa il proprio ruolo di madre, con atteggiamenti ambivalenti che vanno da una eccessiva dedizione ad una vera ostilità verso il bambino senza, però, particolare minaccia per l’incolumità dello stesso. Di solito la depressione insorge nel primo trimestre dopo il parto e si risolve nell’arco di pochi mesi. E’ fondamentale un approccio terapeutico basato su una idonea psicoterapia di coppia e familiare, con la somministrazione di farmaci quando il fenomeno tende a persistere e ad assumere i caratteri di uno stato depressivo maggiore, che soprattutto nelle primipare può portare ad una condizione di psicosi acuta. Queste situazioni sono ad alto rischio di autolesionismo e di infanticidio. Il sintomo di allarme è lo stato delirante depressivo, che ha come contenuto quasi sempre la maternità e l’assistenza del figlio. Spesso i familiari non riescono ad intuire la drammaticità della situazione sino a quando la donna non cerca di arrecare danno alla propria vita o a quella del proprio figlio. Lo stato depressivo maggiore e la psicosi si instaurano più precocemente rispetto alla depressione minore, con esordio anche nella prima settimana dal parto. La psicosi acuta richiede perentoriamente un ricovero coatto con l’allontanamento del bambino dalla madre.
Nelle depressioni maggiori, come nelle psicosi, il sostegno farmacologico vede principalmente l’utilizzo di antidepressivi triciclici e di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Le neomamme con episodi di depressione maggiore e/o psicosi acuta devono essere sottoposte ad un follow-up a lungo termine per la possibilità concreta di recidive. Il bambino può condividere lo stesso spazio abitativo materno qualora ci sia una persona ad accudire sia mamma che figlio ininterrottamente, evitando di lasciare il piccolo da solo con la madre almeno sino a quando la risoluzione della fase critica della malattia non sia proprio certa.
Madre Teresa di Calcutta diceva che il male del secolo è la solitudine e non è un caso che tale stato d’animo vada a favorire la caduta dei più fragili nel terribile vortice della depressione. Quando a sprofondare è una neomamma l’impegno da parte di tutti deve essere duplice affinché ella risalga la china perché a rischio, oltre alla vita della stessa donna, c’è quella di un innocente appena sbocciato alla vita.
Inoltre si dovrebbe acquisire la cultura della malattia psichiatrica, che non deve essere considerata una vergogna, ma una patologia come tutte le altre da segnalare affinché venga curata. Se ad una madre si riconosce l’attenuante della malattia mentale nell’infanticidio, la responsabilità di tale reato, invece, pesa con tutta la sua gravità sulla società, senza alcuna possibilità di appello. Una precoce presa in carico del paziente da parte dei servizi socio-sanitari avrebbe potuto probabilmente cambiare la scena. Pertanto è doveroso che ogni paziente affetto da depressione non sia abbandonato a se stesso, ma avviato rapidamente a un idoneo inquadramento psichiatrico affinché il tempestivo inizio sia delle cure mediche che psicoterapeutiche eviti la messa in atto di atroci gesti estremi quali suicidio e/o omicidio.
Raffaella Mormile Dirigente medico di I livello – UOC di Pediatria e Neonatologia P.O. San G. Moscati Aversa
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