La musica rappresenta una delle forme più nobili di arte, eppure nel corso della sua storia è stata testimone della crudele pratica della castrazione a danno dei bambini. Nel settore musicale per castrato si intende un cantore di sesso maschile che ha subito l’intervento di castrazione vale a dire l’asportazione delle ghiandole genitali o testicoli prima della pubertà cioè prima della maturazione della voce. La pratica ha radici antichissime tuttavia l’epoca di esordio della sua attuazione ad esclusivo intento musicale non trova ancora una collocazione temporale precisa. Sembrerebbe aver avuto origine a partire dall’ 400 con l’Impero Bizantino. Durante il XII e il XIII secolo assursero a fama europea i castrati dei cori delle cattedrali spagnole e portoghesi. Dalla Penisola Iberica essi giunsero in Italia e precisamente nel coro dello Basilica Pontificia, forti dell’aforisma di San Paolo, verosimilmente mal interpretato, “mulieres in ecclesiis taceant ( le donne tacciano in Chiesa) ( I Cor. XIV,34). Intorno al XV-XVI secolo i cantori spagnoli furono spiazzati dai castrati autoctoni, soprattutto in seguito alla bolla “Cum pro nostri temporali munere” con la quale papa Sisto V nel 1589 aveva sancito la riorganizzazione del coro della Basilica Pontificia, rendendo lecito il loro reclutamento. Nel 1599 entrarono ufficialmente nel coro della Cappella Sistina i primi due cantori evirati, Girolamo Rossini e Pietro Paolo Folignato, fortemente voluti dal papa Clemente VIII per le voci angeliche. In Italia la castrazione si diffuse su quasi tutto il territorio nazionale e i castrati italici riempirono la scena europea con dovizie di talenti. Raggiunsero grande celebrità in quegli anni Baldassarre Ferri ( 1610-1680), Francesco Bernardi detto il Senesino (1686-1758), Carlo Broschi detto Farinelli ( 1705-1782). Tra il 1600 e il 1640 le corti imposero i castrati in tutti gli spettacoli lirici e musicisti famosi come Georg Friederich Haendel, Claudio Monteverdi e Gioacchino Rossini scrissero ruoli precipui per castrati. Dagli ambienti prettamente ecclesiastici, essi entrarono progressivamente nel mondo teatrale, favoriti dall’antica ordinanza di papa Sisto V che nel 1588 vietava alle donne di mostrarsi sul palcoscenico nello Stato della Chiesa. Il fenomeno dei castrati si diffuse soprattutto durante l’epoca Barocca, con l’introduzione del melodramma, quando furono molto richiesti presso tutte le corti europee in ruoli femminili. Dietro la gran parte dei bambini sottoposti ad evirazione si nascondeva un vissuto di grande disperazione. Molti di essi appartenevano a famiglie poverissime ed erano stati praticamente ceduti in tenera età ad una chiesa o un maestro di canto nella speranza di una vita migliore. Molte famiglie indigenti sacrificavano la possibilità procreativa del figlio per un eventuale guadagno che avrebbe sistemato dignitosamente per sempre tutta la famiglia. Intorno al 1700, in Italia si contavano circa 4000 bambini operati all’anno ad opera dei così detti barbieri nei luoghi più impensati, e certamente poco asettici come le case di campagna, con un tasso di mortalità post-operatoria che raggiungeva il 10%. I medici si limitavano solo a stilare un certificato attestante una presunta infermità patologica che giustificasse l’intervento, rendendolo necessario e indispensabile. In effetti l’evirazione non era mai stata legalizzata come fine a se stessa né per il fine canoro, benché diffusissima e sostenuta da gerarchie politiche ed ecclesiastiche. Il coinvolgimento della Chiesa in tale pratica è stato oggetto di dibattiti accesi, essendo tale pratica ufficialmente ritenuta illegale per il diritto canonico. Papa Benedetto XIV nel 1748 aveva tentato di bandire tali figure dalle chiese, ma era tale la loro popolarità che un loro allontanamento fu praticamente impossibile. La città che deteneva il primato degli interventi fu Napoli con la sua particolare scuola musicale e i suoi quattro conservatori e non fu a caso che in quegli anni fosse denominata “Castropolis”. Si racconta che nella città partenopea ci fossero botteghe con l’insegna : ”qui si castrano ragazzi”. Nella capitale del Regno delle due Sicilie, come del resto in tutto il Meridione, il degrado sociale e la miseria erano tali che, non appena un padre di famiglia riusciva ad ottenere in modo truffaldino un certificato medico, non esitava a sottoporre i propri figli al “taglio atroce e crudo” descritto da Giuseppe Parini nell’ode “ La Musica”, anche se solo un numero esiguo di questi bambini raggiungeva il successo nel mondo dell’opera. La gran parte era destinata a una vita di stenti e di tristezza per la menomazione subita. Molti finivano col cantare nel coro delle chiese, altri si guadagnavano da vivere come attori di teatro di periferia e alcuni purtroppo finivano nella rete della prostituzione. I castrati venivano sottoposti alla mutilazione verso l’età di sette-otto anni allo scopo di conservare alcune peculiarità vocali del fanciullo nell’età adulta, con la possibilità di una voce equiparata a quella di soprano, mezzosoprano e contralto. La voce dei castrati piaceva per le sue peculiarità. La sevizia sul corpo di questi sfortunati bambini condizionava l’emanazione di una voce particolarmente limpida e dolce che aveva in se la triade uomo-donna e bambino. La mancanza di testosterone alterava lo sviluppo sia della laringe che così non aumentava di volume e sia quello delle corde vocali che non si ispessivano come di norma. Ciò condizionava l’impossibilità dell’abbassamento di un’ottava nel registro vocale tipica del maschio adulto. Rispetto alla voce maschile, il castrato era superiore per leggerezza e duttilità mentre rispetto a quella femminile lo era per brillantezza e forza. La voce dei cantori evirati conservava un timbro purissimo e presentava un’ estensione sovrannaturale che raggiungeva le tre ottave quando di regola un cantante può arrivare massimo a due. In seguito all’ insufficienza gonadica, il castrato presentava un particolare habitus costituzionale. L’assenza degli androgeni testicolari era correlata ad una iperincrezione dell’ormone della crescita o GH con ritardo della saldatura epifisaria delle ossa lunghe e allungamento abnorme degli arti. Anche le coste venivano interessate da tale disendocrinia con ampliamento della gabbia toracica e conseguente aumentata capacità polmonare, che consentiva una superiore lunghezza delle note emesse. Essi generalmente mostravano cranio piccolo, bacino femmineo, netta ipotrofia della massa muscolare scheletrica e riduzione del volume cardiaco, con predisposizione a svenimenti e battito cardiaco irregolare. Presentavano inoltre un quadro di anemia ipocromica resistente alla terapia marziale e ipercolesterolemia. Frequente il riscontro di ipertiroidismo e di iperincrezione di ACTH, che condizionava una facies lunaris e la particolare distribuzione dell’adiposità. Lapalissiana era l’alterazione dei caratteri sessuali secondari con cute glabra, ipogenitalismo e mancata distribuzione dell’apparato pilifero, come la barba e la peluria pubica. La sfera psichica del castrato era caratterizzata da timidezza, apatia, mancanza di aggressività e di potere decisionale, depressione tale da arrivare al suicidio. La vita dei castrati era sempre oggetto di curiosità e, se alcuni li definivano angeli, altri li consideravano mostri. Inoltre l’addestramento alla musica dei castrati era molto rigida e ciò rendeva ancora più penosa la loro condizione. Nel 1814 Francesco I li espulse dal Regno Lombardo Veneto. Dal 1825 essi abbandonarono progressivamente la scena. Con l’Unità di Italia la castrazione fu ufficialmente dichiarata illegale. Nel 1878 il papa Leone XIII proibì l’ingaggio di castrati da parte della Chiesa. Con l’enciclica “Motu proprio” del 22 novembre del 1903 Leone XIII finalmente impedì il reclutamento di nuovi cantanti castrati nelle file del coro. La castrazione è stata una forma di violenza su bambini innocenti, colpevoli di essere poveri e indifesi, mutilati nell’inconsapevolezza più assoluta di cosa ciò comportasse in vista di un ipotetico quanto incerto guadagno, diritto ingiustamente avanzato su di loro proprio da chi invece avrebbe dovuto difenderli, ossia la famiglia. Il bambino purtroppo finisce sempre con l’essere la vittima sacrificale di ogni situazione di precarietà economica, sociale e culturale senza limiti di spazio, di tempo e di luogo. Raffaella Mormile Dirigente Medico di I livello UOC di Pediatria e Neonatologia – P.O. Moscati Aversa
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