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Neonati di madri immigrate: il nuovo scenario infettivologico italiano

I neonati di madri immigrate costituiscono un capitolo nuovo e complesso della Neonatologia italiana. A partire dagli anni’80 l’immigrazione è diventato un fenomeno in continua ascesa, trasformando l’Italia in una società multietnica. L’aumento degli immigrati non è più determinato solo dai nuovi arrivi ma anche dalle nascite di figli da cittadini stranieri. I neonati di madri immigrate rappresentano circa il 10.3% del totale delle nuove nascite. Sino a dieci anni fa in Italia il parto di una donna immigrata risultava una circostanza eccezionale, oggi invece rappresenta la quotidianità dei punti-nascita di ogni regione.

 

Nonostante i minori e le donne possano godere di particolari garanzie come l’assistenza gratuita, la popolazione delle donne immigrate in gravidanza resta un gruppo particolarmente vulnerabile per l’estrema suscettibilità a molteplici fattori di rischio, a partire dal periodo pre-concezionale, aggravati dal disagio della lingua. Spesso le gestanti sono minorenni e/o ragazze madri  con attività lavorativa meno garantita e più pesante in un contesto di carenti condizioni igieniche ed abitative. Esse spesso risultano affette da infezioni dell’apparato genito-urinario e/o sistemiche non curate, e anemia  da alimentazione incongrua per basso reddito familiare.

 

Le donne immigrate con permesso di soggiorno avrebbero il diritto/dovere di iscriversi al SSN, poiché le leggi italiane in tema di immigrazione hanno definito alcune garanzie in termini di accesso ai diritti sociali e ai benefici del sistema di welfare, fermo restante che anche a coloro che presentano una condizione di irregolarità giuridica sono garantite le prestazioni urgenti in una logica di tutela del singolo come salvaguardia anche della collettività. Nonostante ciò, le gravidanze delle donne immigrate decorrono nella gran parte dei casi senza alcun controllo né laboratoristico né strumentale con  una storia ostetrica e perinatale precaria o addirittura assente. Ciò ha causato la recrudescenza di  malattie che si pensavano oramai debellate nello scenario infettivologico italiano, come la tubercolosi e la sifilide. 

 

Le donne immigrate presentano un’incidenza  significativamente più elevata di infezioni come epatite B, HIV,  sifilide, tubercolosi, infezioni da citomegalovirus con irreparabili danni sul feto restando spesso in diagnosticate, fatta eccezione per l’epatite B e l’epatite C, esami eseguiti di routine nel puerperio in ospedale. E non è un caso che i neonati di madre immigrata mostrino una frequenza più elevata  di basso peso e di prematurità, con una maggiore morbilità e mortalità perinatale. Alcune infezioni connatali possono essere silenti alla nascita e restare così misconosciute nel neonato. E’ il caso in particolare della toxoplasmosi, dell’ infezione da CMV, al di là delle meno frequenti sifilide, tubercolosi e HIV, con gravi esiti a distanza sul neonato.

 

Sarebbe auspicabile sottoporre ad un approfondimento labororatoristico e/o strumentale  i nuovi nati da madre immigrata con gravidanza non controllata. Ogni neonato con evidenza di infezione congenita dovrebbe essere reclutato per un follow-up a medio e lungo termine. Per una corretta gestione del problema, ogni struttura dovrebbe fornirsi di mediatori culturali al fine di facilitare il contatto tra operatori sanitari e popolazione straniera. Le gravide andrebbero edotte circa la necessità di indagini seriate nel corso della gestazione e alla possibilità di poterle eseguire gratuitamente presso i centri del SSN di riferimento.

 

Una diagnosi tempestiva può concretamente migliorare la vita di un bambino, nel rispetto del dettato costituzionale di tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo, salvaguardando anche l’interesse della collettività, perché isolare tempestivamente il caso-indice significa curarlo impedendo che l’infezione si diffonda nella collettività.

 

Raffaella Mormile

Dirigente Medico – UOC di Pediatria e Neonatologia – P.O. San G. Moscati Aversa




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