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I marsupi dei bebè, come un utero

In molte culture, soprattutto in Africa, i bebè affrontano i primi mesi di vita accovacciati contro il ventre, l’anca o la schiena della madre, mantenendo un forte collegamento con il corpo materno, simile a quello che avevano prima della nascita. Trasportare il neonato non solo consente alla madre di vigilare sulla sicurezza del bambino, ma è anche un modo per sentirlo fisicamente vicino, per sapere che è vivo, si muove e sta al caldo. È interessante perciò notare la presenza di una simbologia legata alla maternità, e in particolare all’utero, nei marsupi in cui vengono trasportati i bambini.

 

In Ruanda, ad esempio, la parola con cui si indica la pelle di montone in cui viene posto il neonato è la stessa che designa la placenta. I Dogon del Mali per trasportare i bambini utilizzano strisce di stoffa indaco, colore che ricorda il liquido amniotico. Gli Ika della Colombia tessono simboli che rappresentano la placenta sulla sciarpa usata come marsupio.

 

Il cappuccio di anorak usato presso gli Inuit ricorda il ventre della madre, il bambino piccolo vi è posto all’interno nudo e si riscalda col calore del corpo materno: questo cappuccio di anorak sembra infatti prolungare la gravidanza. All’inizio di un lungo viaggio sul fondo dell’anorak vengono fatti scivolare pelli di lepre o licheni, che fungeranno da lettiera; alternativamente, quando la madre capisce che il bambino ha la necessità di fare i suoi bisogni lo estrae dal cappuccio, spesso aiutata da un’altra donna.

 

In Nuova Guinea i neonati sono trasportati in reticelle realizzate con le fibre delle radici aeree di una specifica specie di palma; queste reti somigliano a una borsa della spesa e, infatti, le stesse borse sono utilizzate, in altre occasioni, per trasportare frutta e verdura, animali e utensili. Durante i movimenti del bimbo la reticella si contrae e si distende, proprio come un utero. Normalmente il neonato viaggia sulla schiena della madre, che si appoggia la tracolla della reticella sulla fronte: questa tecnica permette di sopportare più a lungo il peso del bambino. Se, però, la madre deve portare contemporaneamente altre borse, o è notte, la reticella del neonato verrà portata sul ventre. In caso di pioggia o di sole a picco la reticella verrà protetta con pezzi di corteccia o foglie di banano; il fondo della reticella è inoltre riempito con pezze e foglie, per renderlo morbido e accogliente per il bambino.

 

Si può notare dunque come in vari gruppi culturali molto diversi tra loro sia stata riconosciuta l’importanza di mantenere un contatto costante tra madre e figlio nei primi mesi di vita. Questo periodo di simbiosi ed esogestazione (cioè gestazione fuori dall’utero) di solito termina con lo svezzamento, che presso questi popoli avviene generalmente verso i due o tre anni.

 

Per approfondire questa tematica si consiglia la lettura di Bebè del Mondo di Béatrice Fontanel e Claire d’Harcourt, L’ippocampo, 2007.

Marinella Corridori




Indice
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