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“L’onda” di Suzy Lee (edizioni Corraini)

Ci sono dei posti, nella nostra vita, ai quali dobbiamo semplicemente abbandonarci.

Sono luoghi che ci costringono a un confronto intimo con quello che di noi e del mondo ci è sconosciuto, luoghi che ci dondolano tra la voglia di affrontare il passo in avanti e la foga di fuggire indietro, al riparo, luoghi che ci forzano su un bilanciere che oscilla tra i prima e i dopo.

L’acqua, il buio, e le mamme vivono, in me, come territori di confine.

Da loro parti e torni, con loro giochi e ti arrabbi, a loro ti affidi e, poi, capita, loro proteggi.

L’acqua, il buio e le mamme sono delle superfici informi, in bilico, da costruire. Sono paesaggi grandi, oscuri, interi, parziali, forti, deboli e circondati da una foschia che, se gli occhi si abituano all’oscurità che porta, regala degli scorci inimmaginabili.

Forse è per questo che, spesso, i bambini affrontano le zone di frontiera con la bocca spalancata, tra un respiro preso e una parola incompleta.

Forse è per questo che Suzy Lee, nel suo meraviglioso libro “L’onda”, si è voluta servire solamente di immagini. Per rimanere là, in quell’angolo di noi, dove a bi ci di e effe gi ancora non le conosciamo o metterle una dopo l’altra non ci interessa.

La storia di questo libro è semplicissima. C’è una bambina, di fronte al mare.

La bambina maneggia l’acqua facendole di tutto. L’avvicina, la fugge, la schizza, l’aspetta, le fa le boccacce, la spaventa, si fa spaventare, ci sguazza dentro, la lancia forte lontano, la tiene, dolce, vicina. La teme un po’ e un po’ ha voglia di toccarla con sempre più coraggio.

L’acqua, da parte sua, fa delle contromosse: si accosta, si ritira, si alza, si abbassa.

Come una danza, un passo a due, dove l’acqua e la bambina cercano di andare a ritmo anche se hanno orecchie e passi differenti. Ma è normale, va bene, anzi, va meglio. Perché ogni ballo, ogni equilibrismo, si sa, comprende un rischio che, per sua stessa costituzione, porta con sé un parapiglia prima e un regalo poi.

In questa storia, per esempio, il mare, all’improvviso, presenta alla sua ballerina un’onda altissima e succede che l’onda, la bambina, la travolge in pieno, prima, e la ammalia con un’incredibile scia di conchiglie, poi.

L’acqua, il buio e le mamme sono posti da iniziare, corteggiare, non capire, litigare, abbandonare e, alla fine, ritrovare. Davanti a questi spettacoli le parole non servono. Basta non avere fretta, fare un inchino e invitare un’onda a danzare con te.

 

Elena Ventoruzzo

Scrittrice

elena.ventoruzzo@libero.it




Indice
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