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Recensione a cura di Elena Ventoruzzo Crederci, come se tutto fosse vero. È forse questo il motivo per il quale il circo provoca in chi, al passaggio della carovana, accorre sotto al suo tendone sentimenti tanto opposti quanto complementari: paura, felicità, attrazione, repulsione, gioia, timore, voglia di tuffarsi e desiderio di stringere forte la mano dei genitori. Forse è proprio per questa sua spericolata e ambigua natura da equilibrista che lo spettacolo viaggiante per eccellenza raccoglie consensi e accuse: perchè ci chiede di spogliarci dei nostri abiti cittadini e di indossare, uno dopo l’altro, con l’alternarsi dei numeri, i sogni e gli spaventi ai quali, per noi, sulla pista, gli artisti danno forma. Il circo non ci chiede altro che crederci, crederci come se fosse tutto vero: come se si potesse oscillare da un trapezio all’altro, nei cieli, senza cadere, come se i pagliacci non dovessero mai abbandonare il loro naso rosso, come se arrampicarsi su un palo altissimo e formare figure mentre si sta sospesi a decine di metri da terra fosse, per gli uomini, così facile come quei piccoli cinesi ci mostrano. Crederci, nient’altro che crederci, tanto i leoni che saltano nei cerchi sono sulla pista dentro la gabbia mentre noi, alla fine, rimaniamo seduti sugli spalti, sgranocchiando popcorn. L’incredibile libro “Il domatore di pulci” fa, però, rispetto a questo, un passo in avanti gigante. Cosa potrebbe succedere, si chiede Riki Blanco, se quegli indomabili artisti all’apparenza spavaldi soffrissero, in realtà, proprio delle stesse paure che, ogni notte, ripetutamente, mettono in scena per il loro pubblico? Cosa succede se un trapezista è tormentato dalle vertigini e se un lanciatore di coltelli non ha una vista perfetta? Cosa succede a Elena, la contorsionista introversa, che a furia di cercare posti sempre più piccoli nei quali arrotolarsi e nascondersi, rimane imprigionata nel suo stesso ombelico senza volerne sapere di uscire? Quanto andare avanti, quando fermarsi, disegna, racconta e chiede l’autore a noi lettori. Quanto assecondarci e quando invece prendere un trampolino, rimbalzarci sopra qualche minuto e spararsi poi in aria, velocissimi e un po’ distanti da dove eravamo prima. Non dovremmo imparare, forse, da Madame Amulette che prima presagisce di essere una veggente, poi di perdere i poteri e si ritrova, infine, a scoprire tra le righe del presente quello che non sapeva più leggere tra le linee di una mano? Sì, dovremmo imparare. Perchè è vero che gli artisti del circo ripetono lo stesso numero ogni sera sotto un tendone, ma, e non dobbiamo dimenticarcelo, nel frattempo, visitano e toccano avanti e indietro moltissime città del mondo. Facciamolo anche noi, sì. Troviamo la giusta distanza, teniamola sotto un tendone, esercitiamola e, ogni tanto, lanciamola a fare una capriola con una rete elastica sotto, pronta a raccoglierla nel caso in cui il trapezio fosse fuori tempo e lei si ritrovasse a precipitare giù. Elena Ventoruzzo Scrittrice elena.ventoruzzo@libero.it
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