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L’insegnante “comprensivo”e “facilitatore della comunicazione” L’insegnante dovrebbe essere “comprensivo”, nel senso che dovrebbe essere consapevole del fatto che la classe è prima di tutto un gruppo, di cui lui stesso fa parte, con specifiche tematiche relazionali, e che l’apprendimento dei ragazzi è influenzato dalla loro condizione emotiva: “molte difficoltà di studio e di apprendimento sono legate a caratteristiche e problemi personali (con Sé, la famiglia, gli amici, l’amore), e addirittura a dinamiche del gruppo-classe”. Per favorire il benesse in classe, l’insegnante può ad esempio discutere con la classe dell’assetto dei banchi: una disposizione a coppie dello stesso sesso può rallentare l’allargamento delle relazioni, una disposizione a U rovesciata può favorire uno sviluppo unitario della classe, aiutando a prevenire la formazione di sottogruppi. Molto frequentemente gli insegnanti si trovano inoltre nella necessità di affrontare esplicite tematiche relazionali e dover tenere presente le emozioni della classe (basti pensare ad esempio al caso in cui l’alunno destinato ad essere interrogato in una “interrogazione programmata” rimanga assente); per affrontare le tematiche relazionali di una classe si può anche fare appello all’esperienza degli psicologi. In entrambi i casi, l’adulto che si trova nella classe in un determinato momento appartiene al gruppo e ne può essere definito il “conduttore”. Le sue funzioni sono quelle di “co-pensatore” e di “facilitatore della comunicazione”: l’adulto può promuovere la comunicazione aiutando a creare e a mantenere viva la discussione, consentendo l’espressione delle emozioni e la liberazione dai legami conflittuali. “Se riusciamo a essere vissuti come adulti non giudicanti, nel gruppo si può sviluppare un progressivo aumento delle capacità di approfondimento, con l’attenuazione delle posizioni rigide tipiche dell’adolescenza, perché viene proposto un modello di ascolto e di discussione che offre a tutti la possibilità di esprimersi e che valorizza i differenti punti di vista. (…) L’intenzione di chi guida la classe dovrebbe quindi essere quella di non limitare la libertà di esprimersi e di pensare, altrimenti un ragazzo, che ha un’identità incerta, in costruzione, può sentire ancor di più di perdere la propria individualità, può avvertire un senso di insignificanza. Mentre sentire di avere un valore riconosciuto all’interno del gruppo aumenta il suo senso di sicurezza”. Per approfondire… Jacobone N (2002) Gruppo-classe e dinamiche di gruppo. In: Giori F. Adolescenza e rischio. Il gruppo classe come risorsa per la prevenzione. Franco Angeli, Milano L’educazione alle emozioni Nelle attività curricolari delle medie inferiori è possibile introdurre l’educazione alle emozioni, ovvero un programma educativo che aiuti i ragazzi ad identificare e comunicare le proprie emozioni: “L’ipotesi scientifica riguarda la convinzione che individuare, gestire e modulare le proprie emozioni costituisce il più potente fattore di protezione circa lo sviluppo di dipendenze patologiche e di disagio in generale in età adolescenziale”. Fra le tecniche che si possono utilizzare nel triennio delle medie vi sono le seguenti: l’appello delle emozioni, la cassetta della posta, il gioco della scaletta, il gioco delle associazioni, il gioco del quando. “Fra tutte le tecniche, a titolo di esempio, la più efficace ed anche la più apprezzata dagli alunni, nel corso di una lunga sperimentazione condotta in varie scuole, è risultata “l’appello delle emozioni”. (...) Consiste in un modo particolare di condurre quotidianamente l’appello: si invitano gli allievi, invece di rispondere con la parola “presente”, ad esprimere con un numero da 1 a 10 il valore dell’umore personale corrispondente al momento”. A scadenze determinate (a intervalli di 20 o 30 giorni), l’insegnante invita ogni alunno a riflettere sul proprio andamento emotivo, cercando di identificare lo stato d’animo prevalente e la sua possibile origine. L’insegnante deve cercare di capire se gli stati d’animo negativi sono legati a problematiche esterne o interne alla scuola. “La funzione dell’appello emotivo consiste infatti, oltre che nell’aumentare nell’alunno le competenze gestionali della dimensione emozionale e relazionale, nell’agevolare l’insegnante a sintonizzarsi con i bisogni, le aspettative e le richieste più profonde e nascoste dei ragazzi, verificandone l’evoluzione nel corso del tempo”. Per approfondire… Schiralli R (2004) Cercasi genitori disperatamente. Come aiutare i figli adolescenti a sconfiggere le dipendenze da droghe, cibo, alcol, internet... Franco Angeli, Milano CONCLUSIONI Dal FOCUS emerge che gli adolescenti hanno sempre più possibilità per mantenersi costantemente in contatto tra loro grazie alle nuove tecnologie; i coetanei sono molto importanti come confidenti e per rispondere a domande che non vengono poste agli adulti, tanto che la comunicazione con i coetanei su alcuni argomenti diventa una sorta di rito di passaggio. Si rileva inoltre una difficoltà di comunicazione nei confronti degli adulti, che devono essere consapevoli del fatto che non possono capire del tutto il mondo degli adolescenti e che comunque è importante cercare di tener vivo il dialogo, dedicandovi più tempo. A scuola la comunicazione può essere resa più semplice dall’intervento degli educatori, che dovrebbero cercare di sintonizzarsi con i bisogni emotivi degli alunni. I genitori devono comprendere che durante l’adolescenza i figli hanno un crescente bisogno di veder riconosciuti propri spazi di autonomia: come sosteneva Guido Dotti nell’introduzione a Un vivere alternativo di Thomas Merton (Edizioni Qiqajon, 1994): “Ci sono due cose che possiamo solo ricevere in dono e unicamente da chi ci ha dato la vita: le radici e le ali”.
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