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Nel 20% delle gravidanze vi è una minaccia di aborto e il 20% delle gestazioni con minaccia di aborto finisce con un aborto spontaneo vero e proprio. Attualmente non esiste un metodo per predire quali, tra le gravidanze a rischio, avranno come esito un aborto e perciò non si è capaci di focalizzare le cure sulle donne che ne hanno davvero bisogno. Uno studio britannico, presentato al congresso dell’European Society for Human Reproduction and Embryology che si è svolto a Stoccolma tra il 3 e il 6 luglio 2011, ha individuato un metodo per prevedere come si concluderà la gravidanza nel caso di una minaccia di aborto.
Lo studio. Tra il 2009 e il 2010, la dottoressa Kaltum Adam, ricercatrice al St Mary’s Hospital di Manchester, e i suoi colleghi hanno monitorato le gravidanze di 112 donne che presentavano una minaccia di aborto, tra la sesta e la decima settimana di gestazione. I ricercatori hanno monitorato le donne per cinque settimane, compiendo ecografie, tracciando un grafico settimanale dell’andamento del dolore e delle perdite di sangue ed effettuando un test settimanale per controllare i livelli di progesterone e di gonadotropina corionica umana (il cosiddetto ormone della gravidanza).
I sei fattori di rischio. Dopo aver analizzato i dati raccolti e averli messi in relazione con l’esito delle gravidanze, il team di ricercatori ha rilevato che vi sono sei fattori che hanno un forte impatto sul rischio di aborto spontaneo: una storia personale di ridotta fertilità, il livello di progesterone, il livello di gonadotropina corionica umana, la lunghezza del feto, l’entità delle perdite di sangue e l’età gestazionale del feto. La dottoressa Adam ha affermato che, identificando i fattori che hanno un impatto rilevante sull’esito della gravidanza, si può ottenere una conoscenza migliore del processo che sta alla base dell’aborto spontaneo e si potranno delineare, in futuro, interventi più efficaci per salvare i nascituri in caso di minaccia di aborto.
Il modello PVI. I ricercatori hanno notato che nessuno dei sei fattori citati è in grado, da solo, di predire il rischio di aborto. Tuttavia, combinando due particolari fattori – l’entità delle perdite di sangue e i livelli di gonadotropina corionica umana – si può ottenere un mezzo per prevedere se l’esito della gravidanza sarà effettivamente un aborto: i ricercatori hanno così creato il “Pregnancy Viability Index” (PVI). L’indice PVI è risultato in grado di prevedere correttamente l’esito della gravidanza per il 94% delle donne la cui gravidanza è terminata con un parto e per il 77% delle donne che hanno avuto un aborto spontaneo. Tale indice ha le potenzialità per diffondersi: è semplice, non è costoso ed è riproducibile senza strumentazioni sofisticate: una caratteristica importante del PVI è che si tratta di un indice ottenibile con le strumentazioni già in uso in ambito ostetrico.
Vantaggi dell’utilizzo del PVI. Il PVI consente innanzitutto di individuare le donne con il rischio più alto di abortire, di focalizzare su di loro gli interventi preventivi e di effettuare un sostegno psicologico per ridurre il loro livello di ansietà e per rendere meno difficile la loro esperienza. Inoltre, per le donne con rischio di aborto più basso, l’utilizzo del PVI consente di evitare interventi inutili e in alcuni casi potenzialmente dannosi, tra cui analisi del sangue, ecografie, degenze ospedaliere per assicurare il riposo a letto, astinenza sessuale, riduzione della dose di aspirina massima assumibile e supplemento di progesteroni.
Gli studi futuri. La dottoressa Adam auspica che venga compiuto uno studio che prenda in considerazione un numero maggiore di fattori di rischio e un campione di donne più ampio. Per validare il modello PVI, il team di ricercatori che ha compiuto lo studio ha l’obiettivo di compiere un nuovo studio su 1000 gestanti con minaccia di aborto.
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