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Autismo
Cos'è

a cura di
Anna De Magistris°, Vassilios Fanos°* - Terapia Intensiva Neonatale, Puericultura e Nido
Azienda Mista° e Università degli Studi°* di Cagliari

 

 L’autismo è il primo e più classico dei disturbi pervasivi dello sviluppo, e rappresenta una grave disabilità neurosensoriale, che causa nei bambini affetti una mancata acquisizione delle tappe dello sviluppo oppure una regressione delle stesse.

Classicamente l’esordio dell’autismo si ha in una fase precoce dello sviluppo, in genere entro i 3 anni di vita. La prima caratteristica che appare ai genitori è che il bambino sembra “strano”:

non guarda il proprio interlocutore negli occhi, ha una scarsa espressività del viso, posture corporee e una gestualità non adeguata, magari con numerosi gesti di autostimolazione.

Generalmente i bambini autistici ottengono punteggi elevati se il pediatra li osserva con l’ausilio dell’ADBB, uno strumento messo a punto dal neuropsichiatria infantile Antoine Guedeney, che misura il grado di ritiro e di non disponibilità all’interazione con l’osservatore, nel bambino di età inferiore ai due anni di vita.

Il ritiro è una condizione aspecifica, ritrovandosi infatti in numerose condizioni patologiche e non, dal banale raffreddore a condizioni tumorali, malnutrizione e problemi psichici. Esso ci deve allarmare se la sua durata supera le due settimane, ma dobbiamo tenerne presente il carattere di aspecificità: ritiro non significa autismo, e confondere queste due categorie ha dato luogo in passato alla demonizzazione delle famiglie in cui nasceva un bambino autistico: la teoria delle “madri frigorifero” che ha trovato nello psicanalista Bruno Bettelheim il suo teorico e acceso sostenitore.

In realtà, come accennato prima l’autismo è una disabilità neurosensoriale complessa, con evidenze di un eredità poligenica, le cui basi anatomiche e fisiologiche non sono affatto chiare.

Questa basilare distinzione è sostenuta dall osservazione che l’incapacità di entrare in relazione non rappresenta che una parte dello spettro dei disordini autistici, accompagnata da disturbi della comunicazione e nelle abitudini comportamentali.

Ciò significa ad esempio che, oltre a non saper stare in braccio, non sorridere, non attuare una “risposta mimica”, il bambino non risponde alla voce dei genitori, che a volte richiedono  uno screening per sordità. Queste manifestazioni sono tipiche del primo anno di vita.

Le manifestazioni più importanti hanno luogo fra il secondo e il quinto anno di vita: il bambino autistico non riesce ad instaurare con i coetanei un interazione adeguata al proprio livello di sviluppo:  mentre i bambini normali iniziano dai sei mesi in avanti ad interessarsi ai loro coetanei, e verso i due anni diventano in grado di stabilire con essi delle relazioni amicali, caratterizzate da un interazione ripetuta (cioè in un contesto di familiarità) ed elettiva (in un gruppo di 6 bambini si formeranno delle coppie preferenziali), il bambino autistico non mostra curiosità verso i coetanei, non gioca con loro: preferisce giocare da solo;  non condivide ciò che scopre, che gli provoca gioia, che lo interessa, oppure non partecipa ad attività sociali. Coinvolge gli altri solo quando ha “bisogno” di loro.

Ed anche se crescendo il bambino può diventare più disponibile al contatto con gli altri, questa interazione permane “strana”. Si ha come l’impressione che il bambino non conosca le regole non scritte che regolano l’interazione sociale, nè in senso negativo nè in senso positivo: può continuare ad essere eccessivamente isolato, solo passivamente disponibile all interazione, oppure diventare “eccessivo”: iperintrusivo ed affettuoso in maniera disordinata, pretendendo che l’interlocutore, a prescindere dal grado di confidenza e intimità entri nel suo mondo e capisca il suo linguaggio implicito. Queste fasi si possono alternare nello stesso bambino in momenti diversi.

Spesso la consapevolezza che il bambino ha degli altri è notevolmente compromessa. I bambini con questo disturbo possono essere incuranti degli altri (inclusi i fratelli), possono non avere idea dei loro bisogni o non accorgersi del malessere di un’altra persona.

Nei soggetti più grandi, le prestazioni che comportano memoria a lungo termine (per esempio orari dei treni, date storiche, formule chimiche, parole esatte di canzoni ascoltate anni prima) possono essere eccellenti, ma le informazioni tendono ad essere ripetute più e più volte, a prescindere dall’adeguatezza dell’informazione rispetto al contesto sociale.

Anche la comunicazione verbale è carente.

Il bambino non comunica. Può iniziare a parlare in ritardo, oppure può non cominciare affatto, e anche quando comincia, spesso non padroneggia adeguatamente la parte non verbale del linguaggio, cioè non è attento all’intonazione, prosodia, pause, nè alla componente posturocinetica (posture, sguardo, atteggiamenti mimici, gesti), che sono tutti elementi che veicolano fortemente il significato delle parole.

Non c’è solo un deficit espressivo, ma anche di comprensione: il bambino autistico non riesce a “capire” quello che gli altri vogliono comunicargli.

Vedi anche: La Sindrome di Asperger



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tags: autismo


Le informazioni fornite sono a scopo divulgativo e non intendono in alcun caso sostituire le indicazioni che possono essere ottenute direttamente da un medico che valuti il singolo caso. Inoltre le indicazioni relative a farmaci, procedure mediche o terapie in genere hanno un fine unicamente illustrativo e non possono sostituirsi alla prescrizione di un medico.


  


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