La febbre tifoide è una malattia infettiva causata da un batterio, quindi il cardine della terapia si basa nel corretto impiego di antibiotici nelle fasi iniziali della malattia, mentre i malati che sviluppano le complicazioni vanno trattati in ospedalizzazione con terapie anche di supporto.
Gli antibiotici di prima scelta storicamente sono: cloramfenicolo, ampicillina e l'associazione trimetoprim-sulfametoxazolo. In mollti paesi tra le Americhe, l’Africa, il Medio-Oriente, nel subcontinente Indiano, in Cina e nel Sud-Est asiatico si riscontrano ceppi resistenti alla terapia sopraccitata. Le alternative più efficaci per il trattamento della febbre tifoide sono rappresentate dalle cefalosporine di terza generazione e dai fluorchinoloni.
I tassi di guarigione in seguito al trattamento con cefalosporine di tre generazione (ceftriaxone, cefoperazone, cefotaxima) o con fluorochinoloni somministrati per 7-14 giorni sono in genere nell'ordine del 90-100 %; tuttavia le cefalosporine di terza generazione sono associate ad un tempo medio di defervescenza più lungo ( 5-8 giorni rispetto ai 3-5 giorni dei fluorochinoloni) e a più elevate percentuali di recidive.
Alla luce di quanto detto i fluorochinoloni sembrano essere la scelta migliore si per trattare i ceppi resistenti che quelli sensibili alla terapia di base, salvo che nei bambini nei quali l’artrolesività dei composti fluorrchinolonici relegano la scelta di questi ai soli casi legati a ceppi resistenti agli altri trattamenti.
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