A cura di: Franco Marchetti e Andrea Stucchi*
Ultimo aggiornamento: Gennaio 2007
La frattura viene definita come una soluzione di continuo del tessuto osseo, vale a dire una interruzione della continuità di un osso.
Un osso si frattura quando ad esso viene applicata una forza eccedente la sua resistenza. Oltre che dall’entità della forza, l’aspetto della frattura dipende da molti altri fattori: il punto di applicazione della forza sull’osso, il trofismo del tessuto osseo, la presenza di patologie intercorrenti che possono modificarne la struttura (per esempio l’osteoporosi in cui la frattura si può verificare in seguito a sollecitazioni meccaniche di entità minima o anche in assenza di traumi) e gli aspetti fisiologici correlati all’età del paziente. La maggiore elasticità dell’osso di un bambino, per esempio, realizza una risposta diversa al trauma rispetto all’osso, più rigido, dell’anziano.
L’osso può fratturarsi in corrispondenza del punto di applicazione dell’agente traumatizzante (trauma diretto), o a distanza di esso (trauma indiretto).
Esistono numerose classificazioni delle fratture. Le principali sono:
- anatomica: per cui a seconda della sede si parla di frattura intra- o extra-capsulare, epifisaria (l’“epifisi” è l’estremità di un osso), diafisaria (la “diafisi” è la parte centrale di un osso), metafisaria (la parte fra epifisi e diafisi).
- anatomo-patologica: valuta le caratteristiche della frattura che può essere incompleta o a legno verde, parcellare, lineare, obliqua, spiroide, a becco di flauto, pluriframmentaria.
- secondo il tipo di dislocazione: trasversale (ad latus), longitudinale (ad longitudinem), angolare (ad axim), rotatoria (ad peripheriam).
- secondo le complicanze: semplice, chiusa, esposta, con lesioni delle parti molli o pascolo-nervose.
- legata ai problemi terapeutici: riducibile, irriducibile, stabile, instabile.
*A cura di:
Franco Marchetti - Medico di Medicina Generale e Giornalista Scientifico, Milano
Andrea Stucchi - Medico Chirurgo, Milano
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