A cura di: Grazia Bossi e Mauro Stronati
Ultimo aggiornamento: Novembre 2008
Per prima cosa occorre fare chiarezza distinguendo due definizioni che, erroneamente, vengono spesso considerate sinonimi della stessa condizione: infezione da Virus dell’Immunodeficienza Umana (HIV) e Sindrome della Immunodeficienza Acquisita (AIDS).
Se infatti l’infezione da HIV rappresenta la condizione indispensabile perché si realizzi la malattia (AIDS), l’aver acquisito l’infezione (sieropositività) non implica necessariamente l’evoluzione verso l’AIDS.
Una diagnosi precoce ed il tempestivo trattamento con farmaci adeguati (antiretrovirali) consente di arrestare o rallentare sensibilmente il percorso dalla sieropositività verso la malattia conclamata, trasformando una condizione potenzialmente letale in una patologia cronica. L’AIDS si manifesta infatti dopo un lungo periodo di latenza, durante il quale il virus danneggia il sistema immunitario dell’ospite riducendo progressivamente il numero dei linfociti (soprattutto i CD4 o helper). Quando il numero dei linfociti CD4 scende al di sotto di una soglia critica, aumenta il rischio di infezioni severe o da patogeni rari, che possono interessare qualsiasi organo ed apparato (polmoni, cuore, sistema nervoso centrale e periferico, apparato gastro-intestinale, cute). Le terapie antiretrovirali, riducendo la carica virale, preservano gli organi dal danno diretto del virus e interferiscono con la progressiva distruzione dei linfociti CD4.
Malgrado gli indubbi progressi fatti nel campo della diagnosi e della terapia, questa infezione continua però a rappresentare un problema rilevante anche nei paesi a più elevato tenore socio-economico: in Italia ogni anno si registrano 4.000 casi di AIDS e sono circa 11 le persone che ogni giorno vengono infettate.
Il virus HIV si trasmette attraverso i liquidi biologici: sangue e secrezioni genitali (la saliva non è infettante), ma l’introduzione dello screening dei donatori ha praticamente eliminato il rischio di contrarre l’infezione attraverso le trasfusioni di sangue ed emoderivati.
Secondo le statistiche più recenti (ISS, 31/12/07), nella popolazione adulta italiana la via di trasmissione del virus HIV è oggi quasi esclusivamente quella sessuale (rapporti eterosessuali od omosessuali non protetti), mentre sono in costante diminuzione i casi di infezione tra i tossicodipendenti; gli stranieri rappresentano circa il 20% dei malati. Alcune note epidemiologiche appaiono particolarmente poco incoraggianti per il futuro. In netta controtendenza rispetto al declino che aveva caratterizzato l’era della introduzione delle terapie antiretrovirali, l’incidenza dei nuovi casi di malattia conclamata si mantiene stabile da qualche anno.
La diagnosi è inoltre sempre più tardiva in termini cronologici (età media 43 anni nel maschio, 40 nelle donne) e di evoluzione della malattia (in circa il 60% dei casi la scoperta della infezione da HIV coincide con quella di AIDS, compromettendo un precoce ed efficace terapia). La mancata percezione del rischio da parte della popolazione suscettibile (campagne di informazione meno visibili), il ritardo della diagnosi di infezione e l’incremento della sopravvivenza dei malati sessualmente attivi dovuto alla terapia antiretrovirale, giustificano il continuo espandersi del serbatoio di una infezione che solo erroneamente (e colpevolmente) si crede sotto controllo.
Nel bambino l’infezione da virus HIV assume alcune caratteristiche epidemiologiche, biologiche e cliniche peculiari rispetto all’età adulta. Dopo la virtuale eliminazione dei casi di infezione trasfusionale, oltre il 90% dei casi in età pediatrica è il risultato della trasmissione madre-bambino (verticale) del virus in utero o, più frequentemente, durante il parto o in periodo perinatale.
In Italia la prevalenza delle gravide sieropositive è stimato pari allo 0.66 per 1000, con un rischio di trasmissione verticale di 1.9%. La precoce identificazione dei neonati infetti ed il loro adeguato trattamento farmacologico ha ridotto drasticamente il numero di casi di AIDS pediatrico segnalati (da 438 prima del 1994 a 4 nel 2005).
A cura di Grazia Bossi* e Mauro Stronati°
*Clinica Pediatrica
Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia
°Neonatologia, Patologia Neonatale e Terapia Intensiva
Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia
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