A cura di: Antonio Sorgente*
Ultimo aggiornamento: Luglio 2007
L’ipertensione arteriosa rappresenta un importante problema di sanità pubblica nei Paesi industrializzati: è frequente, è di facile diagnosi, è facilmente controllabile con semplici medicine e allo stesso tempo provoca spesso complicazioni gravi quando non curata. La cura dell’ipertensione arteriosa ha permesso di ridurre notevolmente tra gli anni ‘60 e ‘70 la frequenza (in termini medici si parla di incidenza) di accidenti cerebrovascolari (vale a dire il numero di ictus cerebrali e di infarti cardiaci). Malgrado tutti gli sforzi prodigati in ambito sperimentale e clinico, la causa o meglio le cause che portano all’ipertensione arteriosa sono nel 90-95% sconosciute. Questo fa sì che la terapia della pressione alta sia aspecifica, purtroppo ancora gravata da numerosi effetti collaterali e per questo caratterizzata da un tasso relativamente alto di mancata adesione (circa la metà degli ipertesi abbandona la terapia prescritta).
E’ difficile dare una percentuale di soggetti ipertesi rispetto alla popolazione generale. Esistono infatti numerosi soggetti asintomatici e soprattutto tale percentuale dipende dal cut-off di pressione arteriosa oltre il quale considerare un soggetto iperteso. Si può comunque affermare che approssimativamente il 20% della popolazione mondiale sia affetto da ipertensione arteriosa, che gli uomini ne sono affetti quasi il doppio rispetto alle donne ma che questo rapporto tende all’uguaglianza quando si considerano le fasce di età più avanzate (verosimilmente a causa delle variazioni ormonali che le donne subiscono in menopausa), e che infine i soggetti di razza nera sembrano essere più predisposti a svilupparla.
Le cause che possono portare all’ipertensione arteriosa non sono state ancora del tutto chiarite. E’ difficile definire con esattezza quelli che sono i meccanismi alla base dell’ipertensione vista la complessità dei sistemi coinvolti nella sua regolazione (sistema nervoso centrale e periferico, reni, ormoni, apparato cardiovascolare). Nei pazienti ipertesi sono state descritte numerose anomalie ma non è ancora chiaro se esse siano primitive (cioè causa della malattia) o secondarie (cioè effetto dell’ipertensione arteriosa). Sembra comunque ormai chiaro che l’ipertensione sia una malattia multifattoriale, cioè una malattia provocata dalla associazione di diversi fattori, alcuni di origine ambientale e altri probabilmente ereditari.
L’ereditarietà è un fatto ineccepibile: chi ha parenti di I grado ipertesi ha una più elevata probabilità di sviluppare ipertensione arteriosa. Tuttavia è anche evidente che i fattori ambientali possano favorire l’insorgenza di ipertensione arteriosa. Diete ad alto contenuto calorico e di sale, l’obesità, la sedentarietà, il fumo di sigaretta, l’abuso di caffeina o di liquirizia sono tutti fattori di rischio per lo sviluppo di ipertensione arteriosa.
E’ difficile spiegare il motivo per cui ad un certo punto un soggetto diventi iperteso. Se tuttavia si considerano le arterie alla stregua di tubature idrauliche, dotate di una certo grado di elasticità, un aumento della pressione arteriosa si verifica per un aumento del volume di liquido che scorre all’interno (questo può essere determinato per esempio da un elevato introito di sali con l’alimentazione, in quanto i sali richiamano acqua all’interno delle tubature del nostro corpo che sono i vasi sanguigni) o perché vi è una perdita della elasticità delle tubature per cui il liquido che scorre all’interno è letteralmente più sotto pressione. Alterazioni ormonali (a carico del sistema renina –angiotensina-aldosterone o dell’insulina) o alterazioni del metabolismo di alcuni ioni (sodio, calcio e/o cloro) possono contribuire allo sviluppo di ipertensione arteriosa proprio influendo sulla elasticità o sul contenuto liquido delle arterie.
Infine esiste un 5-10% di forme di ipertensione arteriosa cosiddette secondarie (tra queste le più frequenti sono la stenosi cioè un restringimento delle arterie renali e alcune malattie ormonali). In queste forme è possibile individuare una causa scatenante. Per cui la eliminazione di tale causa può permettere una regressione quasi completa o completa della condizione ipertensiva.
Quando parliamo di pressione arteriosa facciamo sempre riferimento a due valori: uno che corrisponde alla pressione arteriosa sistolica (generalmente caratterizzata da un valore numericamente più alto) e l’altro che corrisponde alla pressione arteriosa diastolica (generalmente caratterizzata da un valore più basso).
In linea generale si è visto che non esiste un limite preciso per definire una pressione arteriosa alta, in quanto da alcuni studi epidemiologici è emerso che la aspettativa di vita (in parole semplici quanto un soggetto si aspetta di vivere) tende ad essere tanto maggiore quanto più bassa è la pressione arteriosa. Tuttavia, per definire un confine tra la normalità e la malattia, si fa attualmente riferimento alla seguente tabella:

Quindi in definitiva possiamo considerare normale una pressione arteriosa sistolica inferiore a 130 mmHg e una pressione arteriosa diastolica inferiore a 85 mmHg.
*A cura di: Dott. Antonio Sorgente - Medico Chirurgo, Cardiocentro Ticino, Lugano