Secondo le linee guida della National Osteoporosis Foundation (Physician's guide to prevention and treatment of osteoporosis) la terapia andrebbe iniziata con l’obiettivo di ridurre il rischio di fratture in tutte le donne in menopausa con un punteggio T inferiore a -2 in assenza di fattori di rischio. Quando questi siano presenti viene suggerito di iniziare la terapia anche per punteggi inferiori a -1,5. Ovviamente il trattamento è indicato anche in tutte le donne che abbiano subito una frattura vertebrale o di femore.
Alcuni principi base di terapia sono da adottare in tutti i soggetti. Si tratta di garantire in primo luogo un apporto adeguato di calcio (1200 mg/die) e di vitamina D (400-800 IU/die), di eseguire con regolarità attività fisica, di non fumare e di non consumare più di due bevande alcoliche al giorno. Per quanto riguarda calcio e vitamina D, la loro assunzione è sicuramente utile, anche se da soli non sono in grado di curare l’osteoporosi. È un dato che emerge dai risultati del Women’s Health Iniziative (lo stesso studio che pochi anni fa avevano dimostrati i rischi legati alla terapia ormonale sostituiva) una ricerca in cui sono state valutate oltre 36mila donne, metà delle quali ha ricevuto quotidianamente un grammo di calcio e 400 UI di vitamina D per 7 anni: la terapia ha permesso di ottenere un piccolo ma significativo aumento della densità ossea, senza che tuttavia vi fosse un’altrettanto significativa diminuzione delle fratture, che rappresenta il principale obiettivo della terapia.
Sono attualmente sette i farmaci per la terapia dell’osteoporosi che hanno documentato la capacità di ridurre il rischio di fratture.
Tre appartengono alla famiglia dei bisfosfonati. Si tratta dell’alendornato e del risedronato (che vengono somministrati una volta alla settimana) e dell’ibandronato (somministrato una sola volta al mese). I bisfosfonati agiscono inibendo il riassorbimento dell’osso: la loro somministrazione consente di aumentare la densità ossea e di diminuire il rischio di fratture.
Il raloxifene esercita sull’osso un’azione esattamente uguale a quella degli estrogeni, mentre il suo effetto su altri organi (per esempio il seno) è opposto. Date queste caratteristiche è in grado, oltre a ridurre il rischio di frattura, di diminuire quello di tumore al seno.
Il ranelato di stronzio funziona come ribilanciatore del metabolismo osseo: inibisce il riassorbimento dell’osso senza però inibirne la formazione e ciò permette di avere un bilancio positivo. Anche questo farmaco ha dimostrato di ridurre il rischio di fratture.
La teriparatide, è un frammento del paratormone prodotto grazie all’ingegneria genetica. Stimola la produzione di osso, ne migliora la struttura e permette una notevole diminuzione delle fratture.
Il paratormone ricombinante umano (PTH 1-84), identico a quello naturale, sembra essere ancor più potente della teriparatide; anche questo farmaco agisce stimolando la formazioni ossea ed è in grado di migliorane la microarchitettura, riducendo l’incidenza di fratture. I dati suggeriscono inoltre che nella pratica clinica la terapia con paratormone o teriparatide dovrebbe essere seguita da un trattamento con antiriassorbitivi (bisfosfonati). Questo approccio sembra infatti in grado di consolidare i vantaggi ottenuti sulla massa ossea durante trattamento con il paratormone.
Entro pochi anni dovrebbero arrivare anche dei nuovi farmaci biotecnologici, degli anticorpi monoclonali, attualmente in fase di studio. Il primo, denominato denosumab, agisce bloccando particolari proteine coinvolte nel riassorbimento dell’osso, mentre il secondo che è un po’ più indietro nella sperimentazione agisce bloccando la sclerostina, una proteina che ha il compito di inibire l’attività degli osteoblasti, le cellule deputate alla produzione di osso. Bloccare la sclerostina è come togliere il freno alla produzione di osso che perciò aumenta.
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